Quei maglioncini che svelano i diritti violati

La vicenda della morte del padre del giornalista Patrizio Cairoli, dallo stesso raccontata con una lettera aperta alla ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, mi ha riportato col pensiero all’assurda morte di mio fratello Nino, deceduto lo scorso 18 maggio nel pronto soccorso dell’ospedale S. Marta e S. Venera di Acireale, 15 chilometri a nord di Catania, 800 chilometri a sud di Roma, dove si trova l’ospedale S. Camillo, “teatro” di quelle 56 ore in cui i familiari di Cairoli hanno continuato a invocare privacy e dignità per il loro congiunto. Due Italie apparentemente lontane, ma vicine nella negazione di diritti fondamentali.

Due storie diverse fra loro – uno, malato terminale; l’altro, coi sintomi di un infarto –, accomunate da quella lesione della dignità della persona che la Costituzione tutela ma che le persone che dovrebbero garantirla, invece, per i motivi più disparati, calpestano. C’è un maglioncino ad accomunare le ultime ore del signor Cairoli e quelle di mio fratello, un maglioncino che diventa paravento nel racconto di Patrizio Cairoli; un maglioncino per ripararlo dal freddo, nelle ultime ore di Nino. Un maglioncino che mia sorella dovette andare a prendere a casa, a 16 chilometri di distanza, ché nel pronto soccorso dell’ospedale di Acireale non erano attrezzati per aiutare mio fratello a ripararsi dal freddo.

Da quel 18 maggio, continuo a interrogarmi sul senso dell’articolo 32 della nostra Costituzione e mi chiedo – inutilmente – perché spesso sia solo un’enunciazione di principi inapplicati: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Quei maglioncini non coprono (da sguardi indiscreti e dal freddo), bensì svelano il vuoto nell’applicazione dell’ultima frase dell’articolo 32, svelano la violazione del dettato costituzionale, non attraverso una legge che esplicitamente neghi ciò che la Carta, in astratto, tutela, ma attraverso politiche “sociali” e comportamenti che hanno rimosso la tutela della salute e il rispetto della persona umana, specie se ammalata, dal proprio orizzonte.

«Sarebbe dovuto morire a casa, soffrendo il meno possibile – osserva, con amarezza, Patrizio Cairoli, alla fine della sua lettera –. È deceduto in un pronto soccorso, dove a dare dignità alla sua morte c’erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch. È successo a Roma, Capitale d’Italia».

Mio fratello Nino, invece, non sarebbe dovuto morire, due giorni prima del suo quarantottesimo compleanno. È morto, invece – lo racconto nel libro che sto scrivendo per la casa editrice Imprimatur –, dopo tre ore d’attesa in un pronto soccorso siciliano, dove è arrivato in ambulanza coi sintomi di un infarto – dolori al petto e formicolio al braccio sinistro – e per tre ore è stato abbandonato a se stesso e alle premure dei suoi familiari. In sfregio ai diritti costituzionali e alle stesse direttive del ministero della Salute: «All’arrivo in pronto soccorso, il paziente infartuato viene sottoposto a monitoraggio elettrocardiografico continuo», prescrivono le linee guida del ministero. A Nino, invece, l’elettrocardiogramma stavano per farlo dopo tre ore.  È morto mentre gli applicavano le ventose al petto.

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