Nino, un anno dopo. Una morte evitabile

È una delle rare foto in cui siamo ritratti assieme. Era l’estate del 1976, i miei capelli stavano ricrescendo dopo che, per la prima volta, li avevo tagliati a zero. Avevo 18 anni, tu appena 8. Avevamo la vita davanti e il mondo da conquistare. Specie tu. Con allegria, come racconta la tua linguaccia immortalata in questo scatto.
Quarantuno anni dopo, a undici mesi esatti di distanza dalla tua prematura e ingiusta morte, mi piace ricordarti così, con la linguaccia irriverente che sa di sberleffo a tutto e a tutti: «Non mi avrete come volete voi», sembravi annunciare. E, in effetti, non sono riusciti a piegarti, malgrado le numerose batoste. Infine, t’hanno spezzato. T’hanno rubato la vita con un crimine beffardo, una sorta di legge del contrappasso per quella linguaccia irridente con cui avevi sempre affrontato e superato anche gli ostacoli più impervi. T’hanno ammazzato laddove avrebbero potuto e dovuto salvarti: «La gestione clinica del paziente Gulisano mostra evidenti e gravissime carenze», ha infatti scritto la dottoressa Veronica Arcifa nella consulenza richiestale dalla Procura di Catania, in seguito alla tua morte al Pronto soccorso (sic!) dell’ospedale S. Marta e S. Venera di Acireale, il 18 maggio di un anno fa, dopo che t’avevano abbandonato per due ore a te stesso. Eppure i sintomi erano inequivocabili – dolore al petto e formicolio al braccio sinistro -, talmente inequivocabili che la consulente della Procura ha scritto: «Appare infatti pleonastico evidenziare come il quadro clinico-sintomatologico presentato dal paziente fosse quantomeno sospetto per una sottostante patologia cardiovascolare e ciò, lo si consenta, anche agli occhi dei profani».
Infatti, sebbene profano, il giorno della tua morte, non avevo dubbi: «Se non è omicidio questo, cos’è? – dichiarai a Meridionews – Non è possibile aspettare tutto questo tempo per un paziente che, sin dal momento dell’arrivo dell’ambulanza, presenta i chiari sintomi di un infarto. I medici erano in condizione di capire e fare qualcosa ma se ne sono fregati».
Se ne sono fregati fino al punto che, dopo circa un’ora e mezza che resistevi, aggrappato coi denti alla vita, «un altro paziente giunto in P.S. alle ore 15:17 con mezzi propri – ha ricostruito la dottoressa Arcifa – ed al quale era stato assegnato il medesimo codice di priorità “giallo” (pur non essendo noto alcun cenno clinico a suo fondamento) fu sottoposto a visita […] non solo prima del Gulisano, ma addirittura anche prima di altri 2 pazienti giunti in P.S. prima di lui e col medesimo codice di Triage». Insomma: hanno fatto passare un raccomandato.
Alla consulente della Procura, nella sua relazione datata 18 dicembre 2016, alla luce dei fatti documentati, «appare pertanto indubbio che […] abbia apprezzabilmente compromesso le condizioni cliniche e quindi le possibilità di sopravvivenza del paziente Gulisano».
È trascorso quasi un anno dalla prematura ed evitabilissima morte di mio fratello Nino, ucciso da chi avrebbe potuto e dovuto salvarlo, due giorni prima del suo quarantottesimo compleanno. Nell’attesa del lento corso della giustizia, che fa il paio con la lentezza della sanità, ci resta la sua linguaccia irridente in faccia al mondo che l’ha ammazzato.

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